Caritas Diocesana Noto
Google
Alle radici

"Queste le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità;
ma di tutte più grande è la carità"
.
- 1 Corinti 13,13 -

«L'amore del prossimo radicato nell'amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma è anche un compito per l'intera comunità ecclesiale…conseguenza di ciò è che l'amore ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato».
Queste parole dell’Enciclica di Benedetto XVI “Deus Caritas Est”, ci invitano a riflettere sulla carità come compito della Chiesa che unita spera e ama.
 
IN EVIDENZA
Pubblichiamo volentieri alcuni importanti contributi:

  • "Scelta preferenziale dei poveri" / di Mons. Rinaldo Fabris

  • "Non abbiate paura di costruire la città nella speranza di Cristo risorto" / di Mons. Antonio Staglianò Vescovo di Noto

  • Se la nostra città chiude fuori Dio / di don L. Ciotti

    Testi interessanti selezionati per momenti di formazione e confronto, in un momento storico in cui, come testimoni di Gesù Risorto, occorre assumere i problemi dell'uomo, quale segno di un amore che si fa concreto e riapre alla speranza.

  •  
    Incontro di formazione sul tema: “IL LAVORO DI RETE NELLA RELAZIONE D’AIUTO”
    Diocesi di Noto

    Caritas diocesana

    “Un’azione congiunta verso un fine condiviso: la promozione della persona e della famiglia”
    Incontro di formazione sul tema:
    “IL LAVORO DI RETE NELLA RELAZIONE D’AIUTO”
    Relatore: Dott. Salvatore Inguì USSM del Tribunale per i Minorenni di Trapani
    Mercoledì 5 Maggio 2010 – ore 18.00

    Presso il Salone/Teatro della Parrocchia San Corrado - Pachino
    L’incontro è rivolto alle Caritas parrocchiali, agli operatori dei Centri di Ascolto, ai gruppi di Volontariato e a tutti coloro che a vario titolo operano nel sociale.
     
    MODICA-CASA DON PUGLISI, 16 MARZO ORE 20
    Con Gianni Novello (Pax Christi), approfondimento dei temi della pace e della nonviolenza nell'attuale contesto storico e veglia di preghiera.

    Nella nostra diocesi c'è stata una significativa e interessante presenza di obiettori di coscienza al servizio militare che, dalla fine degli anni Ottanta, hanno permesso la nascita e il consolidamento di servizi esemplari e riflessioni significative sui temi della pace e della nonviolenza. Molti tra gli obiettori hanno conservato questo patrimonio in servizi alla Chiesa e alla città. Tra di loro infatti alcuni sono diventati preti o diaconi, uno sindaco, uno segretario generale, altri consiglieri comunali, molti operatori sociali o educatori. La presenza in diocesi di Gianni Novello, infaticabile operatore di pace con Pax Christi ma anche nel contesto del nostro gemellaggio, diventa occasione per riprendere i temi della pace e della nonviolenza nell'attuale contesto storico attraverso un incontro - rivolto in modo particolare agli obiettori di coscienza ma aperto a tutti - che si terrà martedì 16 marzo alle ore 20 presso la Casa don Puglisi e che si concluderà con una veglia di preghera per la pace facendo memoria di san Massimiliano patrono degli obiettori.

    La Caritas diocesana di Noto
     
    PER IL I TERREMOTATI DEL CILE E IL MICROCREDITO LA QUARESIMA DI CARITA’
    Sarà l’aiuto ai terremotati del Cile la prima destinazione delle offerte della Quaresima di carità che, come ogni anno, saranno portate durante la Messa crismale per esprimere la carità della nostra Chiesa locale. E per questo sarà bene sensibilizzare affinché esprima vera partecipazione a drammi enormi in cui c’è la visita del Signore. L’altra metà delle offerte sarà destinata per avviare anche nella nostra diocesi il microcredito per famiglie e imprese, sulla base di esperienze positive già in atto in altre diocesi, come via complementare al “prestito della speranza” attivabile solo per famiglie con più figli o un disabile.



    La Caritas diocesana
     
    SPECIALE ABRUZZO
    Gli incontri con Federico Palmerini, seminarista dell’Aquila
    Nella sapienza e nella reciprocità: avviato così il gemellaggio con l’Abruzzo


    “Ci sono i fatti e c’è il modo come li viviamo, che dipende dalle nostre scelte. Eventi come il terremoto eventualmente accentuano la sfida”: è uno degli intensi messaggi che Federico Palmerini – seminarista della frazione dell’Aquila Paganica con cui abbiamo avviato il nostro gemellaggio – ha consegnato negli incontri con le scuole di Modica e Pachino, nella veglia ad Avola, nell’Aula Consiliare di Modica, al Convegno diocesano, dalle Monache Benedettine. Una lezione di sapienza e di fede la sua, eco dell’impegno di molti giovani di Abruzzo a ”mettersi insieme per volerci vedere chiaro; ma soprattutto per intravedere orizzonti e prospettive malgrado il presente difficile”. E quando uno studente ha chiesto come si mantiene la fede in circostanze così tragiche, Federico con calma ha spiegato che la fede è cosa diversa dal costruirci un Dio a nostra immagine, che la fede è relazione e trova analogie in altre relazioni: “così, anche se non capiamo tutto del comportamento dei nostri genitori, ci basta sapere che ci amano. E questo vale a maggiore ragione nel rapporto con un Dio che ha perso la sua faccia per noi”. Incontrando il nostro Seminario, ha ricordato “quanto sia importante la concretezza, tutt’uno con una vita quotidiana in cui, solo restando accanto alla gente, preti e cristiani possono testimoniare che Dio non abbandona”. “Il terremoto - ha detto ancora nei vari incontri - ha distrutto il frutto di tanta fatica, ma ora occorre pensare a ricostruire ripartendo da ciò che è essenziale. Si sono dissolti in pochi secondi tanti sforzi per blindare le porte e ci si è ritrovati in una tenda: essa, con le sue aperture, rimanda alla possibilità di rapporti più veri, giusti e fraterni”. Ma è importante anche non sentirsi dimenticati: “Non siamo un palcoscenico, non vogliamo essere usati da parti contrapposti. Ci sentiamo veramente pensati quando si avviano rapporti come quelli del gemellaggio con la diocesi di Noto: gratuiti, fedeli e partecipi”. Un dono e una responsabilità grandi!

    Maurilio Assenza


    Intervento di Federico Palmerini, seminarista e animatore Caritas di Paganica (L’Aquila), all’incontro pubblico sul gemellaggio tra la diocesi di Noto e Paganica

    Modica, Aula Consiliare del Comune di Modica. Domenica 27 settembre 2009

    È un passo bello quello che state compiendo come Chiesa di Noto. Un passo sicuramente impegnativo, per noi e per voi. Però sicuramente una delle cose tra le più importanti per noi, adesso, è quella di poter contare su gente che abbia interesse di noi in una maniera non superficiale o passeggera. Durante i mesi passati dal 6 aprile ad oggi abbiamo avuto modo di vedere tante persone che si sono prese cura di noi, dalla Protezione civile alle associazioni, a persone venute spontaneamente. Una cosa che noi della Caritas raccomandavamo era ed è di non avere la pretesa di salvarci, di salvare la nostra terra, di portare l’amore e la pace e di risolvere tutto. Piuttosto, ognuno poteva sicuramente fare la propria parte, poteva fare quello che gli veniva richiesto dalle circostanze. Tante volte ci si aspettava di fare qualcosa e invece ci si è trovati a fare qualcos’altro, si è dovuto ubbidire alle necessità del momento: in tutto questo si è vista la disponibilità a stare insieme a noi. Il fatto che ci si impegni a continuare questa attenzione è la cosa che ci rasserena di più perché, se come dicevo prima nessuno può pretendere di avere la bacchetta magica in mano, la sicurezza di avere delle persone che vogliono camminare insieme a noi nel faticoso percorso di rinascita è per noi un sostegno indescrivibile. Quello che abbiamo vissuto, infatti, è stato ed è un momento difficile per la nostra comunità. Già solo da un punto di vista economico, tante persone hanno perso il lavoro; e chi non l’ha perso si ritrova a doverlo riorganizzare in una maniera completamente diversa da come era stato finora. Soprattutto sono stati persi tanti affetti, tante famiglie sono state come “sventrate”. Tante sicurezze sono venute meno: la sicurezza della casa, costruita dopo tanti anni di sacrifici e rinunzie, di vacanze non fatte, di fine settimana passati a lavorare. Pesa il vedersi portar via in venti secondi tanto lavoro! Pesa soprattutto per gli anziani che un futuro migliore, per loro e per i loro figli, se lo sono letteralmente sudato. Per noi giovani le cose sono un po’ diverse: per tanti di noi si è rotta quella campana di vetro che molti genitori ci mettono addosso per non affrontare i problemi della vita presente e ci siamo trovati spiazzati, perché la vita non è fatta soltanto di bei momenti, e quando non si sanno affrontare quelli più duri si rischia veramente il collasso. Anche per le persone di mezza età, o a cavallo tra queste due generazioni colpite in maniera totalmente diversa, è stato sicuramente difficile questo momento. Ora, la voglia di ripartire c’è, ma da sola non basta: rappresenta sicuramente lo stimolo più grande di cui abbiamo bisogno, però abbiamo bisogno che a questo stimolo siano dati dei supporti concreti, da parte delle istituzioni e di qualunque altra figura. Ed abbiamo bisogno di ricostruire la nostra Aquila, la nostra Paganica, e non altro. Non ci interessa fare qualcos’altro, ma non per una ostinazione cocciuta e un po’ “montanara” (dato che noi montanari siamo un po’ capoccioni), ma perché quella è la nostra storia, quelle sono le nostre radici e senza di esse siamo completamente spaesati, non siamo più noi: è perciò necessario che contino il territorio e la nostra voce, non in contrapposizione a qualcun altro ma in maniera complementare. Non sappiamo cosa farcene di progetti caduti dall’alto che non sanno tenere conto delle relazioni sociali che sono stimolo per rinascere. Se non abbiamo queste, non so da cosa si possa trovare la forza per ripartire; se io non riesco a trovare il motivo che mi unisce a qualcun altro, almeno per me, diventa difficile fare un passo in queste circostanze.

    Un altro elemento che vorrei rilevare è il fatto che paghiamo per delle scelte sbagliate: per dei problemi a cui non è stata data importanza; per una politica che tante volte si è interessata più ai clientelismi che non al bene comune; per una opinione pubblica che a volte non ha avuto il coraggio di vederci chiaro e di far sentire la propria voce. Paghiamo probabilmente la responsabilità di tanti che hanno delegato la propria responsabilità ad altri o non se la sono per niente assunta. C’è, infatti, certamente in tutto quello che è successo una parte di inspiegabile e di enigmatico, però credo che se riusciamo a dare risposta a quello a cui possiamo dare risposta, sia già una grande cosa! Perché avremo posto le basi per orientare il futuro in certa direzione e non, piuttosto, in un'altra. Il rischio più grande adesso è di dimenticarci di tutto quello che c’e stato, non a livello di sofferenze, ma nel non saperne trarre le dovute conseguenze. Abbiamo bisogno di ripartire, sicuramente. Non sarà una strada facile: diffidate di chi vi parla di un qualcosa di completamente risolto o di chi dice che non è stato fatto nulla. Dei passi sono stati fatti, importanti; su alcune scelte è normale che ci sia chi ha un opinione e chi ne ha un'altra; questo c’è sempre stato e c’è anche in questa circostanza. Però abbiamo bisogno di riscoprire l’importanza e la fecondità di vedere la realtà in maniera diversa, e di non vedere le nostre posizioni come delle contrapposizioni ma come possibilità di un arricchimento reciproco. È qualcosa di bello a dirsi, ma poi a farsi è faticoso. La cosa a cui dobbiamo stare attenti noi, oggi, è quella di chi ti dice “accontentati di quello che ti viene fatto”. Non possiamo solo subire, noi dobbiamo avere voce in capitolo. Abbiamo diritto di far sentire la nostra voce, sempre, in ogni circostanza. C’è bisogno che si dia attenzione a tante cose che spesso nei numeri, nelle statistiche, e in tanti altri tipi di informazione, non vengono fuori. Mi ritorna in mente l’espressione di un giornalista che sicuramente avete avuto modo di vedere in televisione o avete anche potuto leggere qualcosa scritta da lui: Giustino Parisse di Onna. Nel terremoto ha perso i figli e il padre. Il 25 aprile Giustino Parisse diceva che siamo stanchi di essere il palcoscenico di qualcuno e di uno spettacolo che non sappiamo quando finirà. Se c’è una cosa che a noi dà fastidio è il fatto di dover essere immagine per qualcuno o per qualcos’altro. Abbiamo interesse che tutto quello che viene fatto, venga fatto per noi, ma non in una maniera esclusiva: quello che l’Italia fa per noi lo fa anche per se stessa, perché noi ne facciamo parte. Abbiamo bisogno soltanto che tutto quello che si faccia, si faccia con trasparenza. Sono i secondi fini quelli che non vogliamo, da parte di nessuno: sia da chi ci vuole usare in positivo, sia da chi ci vuole usare in negativo. Noi non vogliamo essere il palcoscenico di nessuno e penso sia quello che ogni circostanza di bisogno si richiede: un’attenzione vera. Perciò sono contento del gemellaggio tra la diocesi di Noto (insieme alle altre diocesi di Sicilia e Lombardia) e Paganica. Perché il vostro è un passo vero che è partito, sia da voi che da noi, un po’ in sordina, ma forse ci stanno le premesse perché che duri proprio perché non è stato fatto in maniera molto eclatante. È sicuramente importante per noi il livello delle relazioni umane perché è vero - l’abbiamo capito anche nella nostra esperienza – che quando il dolore, la sofferenza si condividono hanno un altro tono, un altro sapore. Certo, anche tra chi soffre ci sono poi le persone che più fanno difficoltà a condividere il dolore, persone che in maniera del tutto giustificabile e comprensibile si sono un po’ chiuse a riccio. Tante situazioni hanno portato a questo. Ma, ripeto, la paura mia è che rischiamo di accontentarci dell’oggi e di non avere il coraggio di fare scelte audaci per il futuro, di non scommetterci troppo. Perché a volte è stata dura, perché vedersi vanificare tanti progetti , tante cose avviate, in così poco tempo, ti porta a ponderare bene le scelte e a volte anche a rinunciarci. Abbiamo bisogno quindi, noi, di essere ‘positivi’ per il futuro, perché si possono anche scegliere progetti importanti, belli e positivi dall’alto, ma se non siamo noi che abbiamo voglia di ripartire, c’è poco da fare. Su questo sicuramente un ruolo grande spetta a noi giovani che, a volte, non abbiamo saputo dimostrare quella grinta e quella fiducia nel futuro che ci spetterebbe per l’età che abbiamo. Tanti giovani sono sicuramente dei bei modelli, perché se c’è qualcuno che ci vuole vedere chiaro su ciò che sta succedendo, questi sono in gran parte i giovani che si interrogano sul come ripartire in una terra che aveva i suoi problemi già da prima. Allo stesso tempo c’è chi, fra di noi, non ce la fa e forse fa scelte diverse che, almeno per il momento, non aiutano il nostro territorio a ripartire. Grazie perché ci state vicino, perché vi siete impegnati a farlo in una maniera seria. È di questo che abbiamo tanto bisogno. Speriamo anche noi di restare fedeli a questo impegno perché, oltre al fatto che a noi serve questo oggi, è importante il fatto che tutto questo sia bello. Tante cose, è vero, sarebbe bello che succedessero anche in condizioni normali. Purtroppo dobbiamo aspettare questi eventi per dimostrarci quello che siamo capaci di fare. Però, se questi sono alcuni lati positivi che è possibile trarre da quello che è successo, che ben vengano! Grazie.



    Paganica

    Una frazione di L'Aquila, situata a circa 7 chilometri dal capoluogo ai piedi del Gran Sasso d'Italia, a 783 m sul livello del mare, ha una popolazione di circa 7.000 abitanti. Il paese ha origini molto antiche, che dalle fonti disponibili sembra siano da far risalire al periodo della Roma repubblicana. Tra le testimonianze più antiche di questo centro dell’Aquilano è da ricordare la basilica romanica di S. Giustino, un prezioso gioiello d’arte romanica risalente al periodo compreso fra l’VIII e il XII secolo, il quale comprende elementi architettonici di notevole fattura, reperti recuperati con ogni attendibilità dai relitti di preesistenti costruzioni nell’area. Il santo cui è dedicata la basilica in questione è il patrono di Paganica, arrivato nel nostro territorio nell’anno 281 d.C. da Siponto. Grazie alla sua opera di evangelizzazione e a quella dei suoi familiari, poi tutti martirizzati cinque anni dopo, si deve l'insediamento del cristianesimo nella conca vestina. Tra le altre testimonianze artistiche maggiormente di rilievo nel territorio paganichese è da sottolineare il trecentesco santuario della Madonna d'Appari incastonato nella roccia e quasi per intero affrescato tra i secoli XV e XVII, situato sulla strada che da Paganica conduce al Gran Sasso d’Italia. Tra i diversi altri edifici importanti del paese è da ricordare la chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta, di documentata origine longobardo-franca, anteriore all'incastellamento, risalente al 1195, poi notevolmente modificata da due successivi interventi, il primo seicentesco ed il secondo settecentesco.Da sempre la comunità paganichese si è distinta nel circondario per una un’interessante vitalità economica e d’impresa, con occupati nei diversi settori: nell’artigianato, nell'industria, in agricoltura, nei servizi e nella pubblica amministrazione. Eppure, tra gli aspetti che più si ritiene d’esaltare, Paganica conta un numero rilevante di associazioni culturali, sportive e di volontariato, che ne fa un vero caso di valore sociale. Annovera nel suo seno, inoltre, una comunità straniera di circa 550 residenti assai ben inserita. All’interno della realtà diocesana dell’Aquila Paganica si distingue anche per la presenza di una comunità parrocchiale viva ed operante nel tessuto sociale del paese. Un grande impulso a tutto ciò è stato dato da don Dante Di Nardo, parroco del paese dal 1991 al 2007, che ha avviato un percorso comunitario non indifferente, caratterizzato dalla nascita di gruppi di cammino di fede non solo per bambini ed adolescenti, ma anche per giovanissimi, giovani ed adulti, tuttora in vita. Significativa per la comunità paganichese è stata anche la nascita della Caritas parrocchiale, punto di riferimento per i bisogni delle persone più in difficoltà, ma anche stimolo per un’educazione alla mondialità, come avvenuto con le indimenticabili e ripetute esperienze di accoglienza di gruppi appartenenti al popolo Sahrawi e di alcuni dei ragazzi di strada di Bucarest, coinvolti nell’esperienza dell’associazione Parada del clown francese Miloud Oukili. La presenza sul territorio è stata favorita anche dalla nascita del periodico del gruppo giovani della Parrocchia, L’Albero, che però ora ha interrotto la sua attività, e dall’associazione Koinonia, che, fra le sue tante iniziative, ha portato avanti uno stretto rapporto di vicinanza e condivisione con le due missioni dell’Istituto delle Suore Missionarie della Dottrina Cristiana, una in Bolivia e l’altra nel Congo francese. L’opera iniziata da don Dante è poi stata condivisa e portata avanti anche dai successivi due parroci, don Dionisio Rodriguez Cuartas, parroco dal 2007 allo scorso giugno 2009, e don Fabian Villalobos, subentrato a don Dionisio lo scorso giugno. La vita parrocchiale è inoltre arricchita dalla presenza di altri gruppi, fra i quali sono da ricordare le due confraternite, quella dell’Immacolata Concezione di Maria e quella del SS. Nome di Maria e di S. Antonio. Non può essere tralasciata un’altra presenza importante per la vita comunitaria paganichese, quella delle suore Clarisse, che vivono nel monastero di S. Chiara, dove si sono trasferite ormai da dodici anni, dopo aver lasciato il monastero della Beata Antonia nel centro storico dell’Aquila. La loro vita, caratterizzata dal silenzio, dalla preghiera e dal lavoro, è anche richiamo per molti giovani provenienti da diverse parti d’Italia, che raggiungono il monastero per momenti di riposo o per le diverse iniziative che le Sorelle Povere di S. Chiara organizzano nel corso dell’anno, come il Corso Vocazionale, le veglie di Capodanno e Pentecoste e gli incontri per approfondire la conoscenza delle figure di S. Chiara e della Beata Antonia da Firenze, colei che, per volere di S. Giovanni da Capestrano, fondò nel XV secolo all’Aquila la prima comunità di Clarisse.



    L’AQUILA RISORGERÀ, IL TERREMOTO NON LA DOMA
    Il racconto del terremoto, ma anche della dignità della gente d’Abruzzo e della solidarietà di tanti

    “Immota manet”. Così è scritto sul gonfalone della città. “L’Aquila resta ferma, immobile”. Almeno questo avviene nello spirito della sua gente, riservata e dignitosa anche di fronte al disastro che la colpisce. Da secoli questa la sua indole, aliena dall’ostentazione del dolore, intima nell’elaborazione dei propri lutti. Invece non sono rimasti fermi palazzi e monumenti, case e chiese, alle scosse del serpe che il 6 aprile si è agitato terribilmente nel suo ventre, che si agita ancora. Quella notte del 6 aprile, nel cuore d’una notte stellata e chiara di luna, L’Aquila ed i meravigliosi borghi del suo circondario sono stati squassati dal terremoto – magnitudo 5,8 Richter – per lunghissimi, interminabili secondi, oltre venti. L’ho vissuta l’esperienza, meglio non descriverla. Mi resta nel profondo la sensazione dei primi minuti, delle prime ore della sopravvivenza. Mi si è impressa nella mente l’atmosfera irreale, sospesa, allucinata, che aleggiava sulle case distrutte nel centro storico della mia Paganica, un bel paese di oltre cinquemila abitanti a 9 km dall’Aquila. Lì sono nato e vivo. L’hanno indicato subito come l’epicentro del sisma. Abito in periferia. La mia casa è stata costruita trent’anni fa, in cemento armato. È davvero strano che la tua casa, per antonomasia rifugio che ti dà sicurezza, d’improvviso diventi una minaccia. Ti si sovverte il mondo, la vita. Dopo la scossa delle 3 e 32, la corrente elettrica mancata, guadagnata l’uscita calpestando oggetti e stoviglie rotte, con i miei di famiglia siamo andati subito via da casa, per luoghi più aperti. Abbiamo transitato accanto al centro antico di Paganica. La settecentesca chiesa della Concezione con la facciata in bilico, squarciata, in parte crollata, ha fatto il giro del mondo, in quello stato. Lì vicino la parrocchiale di Santa Maria Assunta, impianto duecentesco riadattato nel Seicento, dall’esterno non sembra aver avuto grossi traumi, ma sarà solo un’impressione. Contrastano con il cielo, d’un colore livido, il profilo delle case e la fuga scomposta dei tetti che s’inerpicano verso il Colle, quartiere alto dove imponente domina la chiesa di Santa Maria del Presepe costruita sul sito del castello distrutto nel 1424 nella guerra dell’Aquila che sconfisse Fortebraccio da Montone. Ferite e squarci alle murature, crolli e macerie ovunque. Ma già tante giacche gialle e blu si muovono sicure alle quattro del mattino, appena mezz’ora dopo il sisma. È la protezione civile del Gruppo Alpini di Paganica, un nucleo efficiente, numeroso e ben organizzato, tra i migliori in Abruzzo, che dispone di attrezzature e mezzi di pronto intervento. Fu costituito il 2 febbraio 2003, non casualmente, quando ricorrevano giusto tre secoli dal disastroso terremoto che aveva distrutto L’Aquila, Paganica ed i paesi del circondario nel giorno della Candelora del 1703, facendo seimila vittime. Con gesti decisi e voce ferma danno le prime indicazioni, disponendo di raccogliersi con le auto negli spazi aperti del campo da rugby, fuori dal paese, sulla provinciale per Onna. La gente è attonita, incredula. Erano già quattro mesi, da dicembre, che si conviveva con centinaia di scosse, mai arrivate al 4° grado della scala Richter. I sismologhi dicevano che lo sciame era del tutto normale, eccetto un ricercatore aquilano poi denunciato per procurato allarme, che da anni studia i fenomeni tellurici misurando le variazioni di concentrazione nell’aria del radon, un gas nobile radioattivo. La sera del 5 aprile c’era stata una scossa più forte delle precedenti. S’era avvertita bene anche all’aperto, durante una Via Crucis che si era snodata lungo le strade strette del paese, file di case antiche di sassi e calce, addossate l’una all’altra a darsi forza, alcune consolidate con le tecniche attuali, ma che per il futuro dovranno essere riviste da capo a piedi. L’impianto urbano era sopravvissuto per secoli, da quel 1703, subendo periodicamente i vari terremoti, il più forte quello del 13 gennaio 1915 che distrusse Avezzano e la Marsica, ma anche gli altri successivi. Io stesso ne ho vissuti diversi: nel 1956, ’63, ‘84 e nel 1985. Roba da settimo-ottavo grado della scala Mercalli, di durata sempre contenuta in alcuni secondi. Chi avrebbe potuto mai immaginare che l’insidia si sarebbe scatenata quella notte, così lunga e dunque distruttiva! Un appuntamento che ci segnerà, come d’altronde era accaduto nel 1703 per il suo carico di morti e distruzione, un evento che cambiò persino il carattere degli aquilani. Era accaduto ancora, indietro nel tempo, anche se con meno vittime, con gli altri sismi del 1654, del 1461 e 1456, del 1349, 1348 e del 1315. Segnata sui volti ho visto la sofferenza della gente, mai gridata. E lo sgomento delle prime ore. Di fronte a drammi di un’intera comunità, ci si sente uniti, fortemente. Ciascuno racconta la propria vicenda, già questa è una fortuna. È passato poco tempo dall’evento sismico, giungono i primi mezzi di soccorso, sfrecciano le ambulanze con i feriti. Alle prime luci dell’alba è già un brulicare, intenso ma ordinato, malgrado tutto, di vigili del fuoco, uomini e mezzi della protezione civile, di forze dell’ordine. Moltissimi i volontari. L’Italia buona e solidale s’è prontamente messa in moto. L’Italia è davvero un paese straordinario che dà il meglio di sé in circostanze del genere. Dovrebbe essere sempre così. Una grande prova di fratellanza nazionale, agli occhi del mondo. Come pure un grande esempio di dignità lo dà il composto comportamento delle popolazioni colpite. Tantissimi i casi di coraggio, di autentico eroismo, nel salvare vite umane sotto le macerie. Tutto il mondo, con i primi telegiornali e con le edizioni speciali, rilanciano le immagini dell’Aquila, Paganica, Onna, Tempera, Villa Sant’Angelo, San Gregorio, Fossa, e di altri centri da dove cominciano ad arrivare le prime notizie sulle conseguenza del sisma e sul numero di vittime e dispersi. Ma tutti i mezzi d’informazione segnalano la compostezza e la dignità della gente, pure quando fortemente colpita negli affetti più cari. Anche durante la cerimonia funebre collettiva, celebrata il 10, venerdì santo, con 205 bare, delle 294 complessive, allineate sul piazzale della Scuola Ispettori della Guardia di Finanza, presenti tutte le Autorità dello Stato. Ne sono fortemente impressionati e stupiti i commentatori. Che gente straordinaria gli Abruzzesi! … Il comportamento e la dignità della gente ha condizionato tutti, in positivo. Netta, ferma e chiara la volontà degli Aquilani, del capoluogo e dei centri colpiti, nell’accantonare con garbo e fermezza ogni ipotesi di new town, in luogo d’una ricostruzione in situ della città e dei borghi, recuperando per quanto possibile il prezioso valore architettonico ed il cospicuo patrimonio monumentale ed artistico dell’Aquila, dei borghi del suo contado, dei suoi castelli fondatori danneggiati dal sisma. Niente di nuovo. E’ stato sempre così per secoli, dopo ogni terremoto. L’Aquila è sempre risorta, più bella che prima, nello splendore dei suoi palazzi, del centinaio di chiese, delle fontane monumentali, delle mura e delle porte urbiche. Le quattro basiliche di Collemaggio, San Bernardino, Santa Giusta e Santa Maria Paganica, quindi il Duomo, la chiese capoquarto di San Pietro e San Marciano – per citare alcuni casi – danneggiate con crolli, la barocca chiesa delle Anime Sante con la cupola del Valadier schiantata, la Fontana delle 99 Cannelle lesionata, il Forte Spagnolo con il tetto crollato sul museo d’arte contemporanea, altri insigni monumenti colpiti. Tutti verranno restaurati a dovere. C’è una gara di solidarietà da tutto il mondo. La città risorgerà. Lo dice sopra tutto la determinazione dei cittadini dentro e fuori le mura, forti di quel patto fondativo che fece dell’Aquila una città europea per tre secoli, prima che gli Aragonesi smembrassero il suo demanio. Lo conferma il Dna civico della sua gente, la convinzione di dare continuità alla storia straordinaria della propria città, così singolare da affascinare studiosi ed urbanisti. San Pietro Celestino, uno dei quattro protettori della città, il papa Celestino V che tanto l’amò da donarle nel 1294 la Bolla della Perdonanza, il primo giubileo della cristianità, è rimasto indenne con le sue spoglie nella basilica di Collemaggio, malgrado il crollo del tetto all’altezza del transetto. Come indenne è San Bernardino, altro protettore dell’Aquila, all’interno del mausoleo nella sua basilica. È apparso come un buon segno agli occhi degli Aquilani. Torniamo a Paganica. Lunedì di Pasqua e il successivo martedì sono giorni di grande festa, ogni anno. Si festeggiano il patrono San Giustino e la Madonna d’Appari. Nei giorni precedenti i pompieri di Grosseto e Salerno hanno recuperate le statue sotto i calcinacci della chiesa madre di Santa Maria Assunta … I paganichesi hanno così potuto festeggiare i loro Santi protettori, all’interno dell’ampia tensostruttura del Campo 3 che funge anche da chiesa. Perfino una breve processione lungo la tendopoli, con la banda del paese, li ha rasserenati, consentendo loro di non interrompere una tradizione religiosa antica di secoli. San Giustino, insieme ai familiari santi Felice, Fiorenzo, Giusta e Umbra sia, giunse da Siponto, l’attuale Manfredonia, sul finire del terzo secolo, da queste parti d’Abruzzo. Furono i primi evangelizzatori delle genti della valle dell’Aterno. San Giustino fu l’unico della famiglia a non subire il martirio. Gli è dedicata a Paganica una stupenda basilica romanica, costruita tra l’VIII ed il XII secolo, un vero gioiello. Non ha subito danni di rilievo. Come non ha subito conseguenze gravi il santuario dedicato alla Madonna d’Appari, lungo la Valle Verde che porta al Gran Sasso, incastonato nella roccia, quasi interamente affrescata dai maestri dell’arte religiosa abruzzese quattro-cinquecentesca, tra cui Francesco da Montereale. Anche questi sono segni che hanno rinfrancato i paganichesi. Lunedì dell’Angelo, festa di San Giustino, hanno concelebrato messa l’Arcivescovo dell’Aquila, mons. Giuseppe Molinari, e mons. Orlando Antonini, Nunzio apostolico in Paraguay, originario di Villa Sant’Angelo, un borgo molto provato dal sisma, con 17 vittime. Mons. Antonini è un insigne studioso di architettura religiosa in Abruzzo. I suoi tre volumi sulle chiese dell’Aquila sono diventati punto di riferimento per chiunque voglia approfondire le conoscenze nel settore. Alla fine della funzione religiosa il presule, rientrato dal Paraguay in segno di solidarietà con la sua gente, ha richiamato il carattere forte e volitivo degli Abruzzesi, l’indole indomita degli Aquilani nella loro volontà di ricostruire la loro città ed il patrimonio monumentale, come e meglio di prima. Ha dato forza e coraggio in questo momento di prova, certo che i valori profondi che animano la grande comunità aquilana sono una garanzia per quanto certamente sapranno fare, come hanno fatto nel corso della storia civica, per far risorgere L’Aquila ed i paesi del circondario. Un appello sentito e generoso, accolto da un fragoroso applauso. All’Aquila questa settimana di Passione del 2009 sarà ricordata nei secoli a venire. Ma al Venerdì Santo segue sempre la Pasqua di Resurrezione. Questo accadrà anche per la città, così vogliono i suoi cittadini.
    L’Aquila 17 aprile 2009 Goffredo Palmerini



    Dalle Sorelle Clarisse di Paganica (L’Aquila)

    Carissimi fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace!
    Ormai sapete delle conseguenze disastrose del terribile terremoto del 6 aprile per Paganica, L’Aquila e numerosi territori dell’Abruzzo. Il nostro Monastero ha subito il crollo del tetto e di altre parti, compresa la Chiesa, rendendo il tutto completamente inagibile. In un istante siamo state spogliate di tutto, ma il dolore più grande è la perdita della nostra amata Madre Maria Gemma Antonucci, nostra colonna e sostegno. Siamo vive per miracolo, salvate dalla carità e dal coraggio dei soccorritori che ci hanno estratte dalle macerie. Diverse di noi sono ferite e abbiamo la certezza che la Madre, come il buon pastore, ha dato la sua vita perché le sue pecore fossero salve. Madre Gemma era una donna profondamente innamorata di Dio e vera Sorella Povera di S. Chiara. Negli ultimi tempi ci parlava spesso dell’eternità e della vita beata in Lui. Il Signore l’ha preparata a questo abbraccio definitivo. Nata a Crecchio (CH) il 16 settembre 1947 da Iolanda e Guerino, ultima figlia dopo Renato e Camillo. Desiderava appartenere a Dio solo e nonostante l’opposizione netta della famiglia, entrò dalle Clarisse di Pollenza (MC) il 28 ottobre 1968 ed è stata Maestra delle novizie. Donna laboriosa ed umile, dal sorriso schietto e caldo, amante della preghiera, aveva dentro di sé un forte spirito missionario che la spingeva ad andare incontro a chiunque ne avesse bisogno. La raggiunge un’ulteriore chiamata di Dio quando accoglie l’appello di aiuto delle clarisse dell’Aquila ormai ridotte a sei sorelle e tutte molto anziane. E’ il 1994, anno centenario della nascita di S. Chiara. Una nuova chiamata di Dio viene accolta quando in questa povertà, il nostro cappellano dell’epoca P. Gabriele Marini o.f.m., durante una Celebrazione Eucaristica, pensa alla possibilità che le sorelle possano lasciare il centro storico per trasferirsi a Paganica (frazione dell’Aquila) nel Convento dei frati, ormai chiuso, immerso nel verde e nel silenzio. Fin dal 1447 la Beata Antonia, fondatrice del Monastero insieme a San Giovanni da Capestrano, aveva abbracciato la Prima regola di Santa Chiara, e nel corso dei secoli le sorelle ne hanno custodito il corpo incorrotto. Per tutto questo viene detto un sì fiducioso e sofferto dalle sorelle anziane. Nel pieno abbandono nelle mani del Padre e in obbedienza alla Sua Parola che ci chiedeva un nuovo esodo facciamo il nostro ingresso a Paganica il 16 luglio 1997. In questo passaggio entra la prima giovane sr. Rosa Maria Chiara Tufaro, ora vicaria, e poi negli anni successivi, sr. Chiara Antonella, sr. Maria Giuseppina, sr. Chiara Ilaria, che si prepara alla Professione Solenne il 2 agosto, sr. Maria Laura, Professa Temporanea, sr. Chiara Francesca, novizia di primo anno, e Sandra, postulante. Anna si preparava ad entrare in Monastero il 3 maggio e desidera con forza abbracciare la povertà con noi. Infine gli altri due pilastri della fraternità sono sr. Maria Geltrude di 92 anni e sr. Maria Paola di 99 anni. Ogni giorno di questi anni a Paganica abbiamo sperimentato i segni dell’Amore di Dio. La struttura era vecchia e aveva bisogno di grossi interventi di restauro. Non siamo riuscite ad avere finanziamenti e abbiamo fatto quanto era possibile lavorando con le nostre mani (facevamo le icone scritte e con le stampe) e sperimentando nel quotidiano la Provvidenza che mai ci abbandona, come ci diceva sempre Madre Gemma. Donna di comunione e di relazione, pur essendo giovani ci ha rese responsabili e, larga di vedute, sapeva cogliere sempre il nuovo come lo Spirito suggeriva alla nostra fraternità, per essere segno e testimonianza in terra d’Abruzzo, favorendo incontri e veglie di preghiera. Il terremoto, in un istante, ha spazzato via ogni cosa: gli affetti, la casa, la Chiesa, i progetti immediati per il futuro, ma non ci ha strappato la speranza e quella stessa fiducia in Dio Padre, del quale ci sentiamo figlie amate. Desideriamo ritornare a Paganica e di lì ripartire per essere una piccola luce che illumina la notte e un seme di speranza; ricostruire proprio quel luogo per il quale la Madre ha dato la sua vita fino in fondo affinché il chicco di frumento, caduto in terra, porti molto frutto e il “vaso di alabastro spezzato” continui a spargere il suo profumo. Grazie a Madre Gemma, grazie a tutti coloro che si prodigano nello stringersi intorno a noi con la preghiera, l’affetto e la carità! Preghiamo affinché questa Pasqua, vissuta nella carne insieme con Cristo crocifisso, porti quella vita più forte di ogni morte e che la gente dell’Abruzzo possa risorgere con Cristo dalle macerie.
    Le vostre sorelle povere di Paganica


     
    34° Convegno nazionale delle Caritas diocesane
    Da lunedì 26 a giovedì 29 aprile 2010, responsabili e operatori delle 220 Caritas diocesane e di Caritas Italiana si sono incontrati presso il PalaRiviera di San Benedetto del Tronto (Ap) per il 34° Convegno nazionale delle Caritas diocesane. Filo conduttore del confronto: gesti, parole e segni di amore per l'uomo di oggi.

    Riportiamo di seguito alcune sintesi utili per per la riflessione il lavoro personale.
     
    Nubifragio e frane nel messinese. L'impegno della Caritas
    La Sicilia orientale è stata flagellata dal maltempo che ha causato morte e distruzione. Il messinese è in ginocchio per i violentissimi nubifragi, gl...
    Emergenze nelle Filippine, a Samoa e Sumatra: Caritas subito attiva
    Su questi tre fronti di emergenza internazionale si è subito attivata nei giorni scorsi la rete Caritas. Nelle Filippine, colpite dal tifone Ketsa...
    Dal 26 luglio al 9 agosto Caritas e AC della Diocesi di Noto tra i terremotati dell’Abruzzo Con la gente, nel ‘purgatorio’ delle tende
    Più di ventiseimila sfollati, la maggior parte nelle tende con sbalzi enormi di temperatura tra il giorno e la notte in un territorio dove le piogge...

    Templates Powered by Trovanome.it